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ARISTIDE GATTAVECCHIA |
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ARISTIDE GATTAVECCHIA: ABBOZZI PER UN PROFILO D’ARTISTA |
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di Orlando Piraccini |
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Radici |
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Nella primavera dell’anno 1940, tra i cinquantadue artisti ammessi dai pittori Virgilio Guidi, Nino Bertocchi e Luigi Servolini a partecipare alla terza Mostra Provinciale d’Arte di Forlì, c’è anche Aristide Gattavecchia, cesenate d’origine, nato nell’anno 1907. Tre suoi ‘paesaggi’ dipinti ad olio sono esposti accanto alle opere di artisti coetanei, o di poco più anziani, d’una qualche notorietà, come i riminesi Edoardo Pazzini, Sesto Menghi, Demos Bonini, Elio Morri, la forlivese Gianna Nardi Spada, i concittadini Otello Magnani, Giordano Severi, Mario Morigi, Giannetto Malmerendi. Se non proprio l’esordio, la rassegna promossa dal Sindacato Provinciale Fascista di Forlì rappresenta comunque per Gattavecchia, poco più che trentenne, la prima importante uscita sulla scena artistica romagnola. E se è vero che dell’iniziale maniera pittorica del cesenate mancano oggi esemplari d’un qualche respiro, alcune rare prove residue del tempo immediatamente seguente fanno pensare ad un Gattavecchia pittore a prudente distanza dai persistenti stilemi novecenteschi, e specialmente incline a misurarsi nella sfera di un naturalismo lirico, sentimentale, morbido, tramando del secondo ottocento padano. La formazione dell’artista si consolida dunque negli anni chiusi di una città, Cesena, al pari di altre della Romagna e della stessa Bologna - per rimanere all’ambito regionale - da decenni sostanzialmente nutrita di "pigre degustazioni locali", per dirla con Francesco Arcangeli, e scarsamente propensa allo scambio culturale ed al confronto con le esperienze in atto allora nelle maggiori centrali dell’arte. Tuttavia, certe documentate frequentazioni di artisti locali, come il pittore Giordano Severi o lo scultore Ettore Lotti, al giovane Gattavecchia non furono di certo ininfluenti, almeno sul piano della determinazione e della piena consapevolezza, nell’atto di imboccare la strada dell’attività artistica. Così, non risultano più di tanto sorprendenti certi improvvisi segnali di inquietudine creativa, quali traspaiono nelle opere pittoriche di Gattavecchia tra la fine degli anni Quaranta e quella degli anni Cinquanta; essi, a ben vedere, sembrano in effetti scaturire da una appartenenza evidentemente non marginale a quel movimento di rottura dall’isolamento operativo, più ancora che di rivolta al tramando figurativo, che si è manifestato nell’immediato dopoguerra anche localmente con esiti ed effetti di rara importanza come oggi viene largamente riconosciuto. E’ vero, tuttavia, che Gattavecchia non si è avventurato nel fervido e per molti aspetti problematico spazio creativo di contatto strutturale e sovrastrutturale, nel quale altri artisti attivi a Cesena in quel tempo, più giovani di lui come Giovanni Cappelli e Alberto Sughi, hanno largamente contribuito alla costruzione di un moderno concetto di realismo; invece, l’ingresso nella fase della maturità artistica, ad una qualche distanza dalle problematiche sociali del tempo, appare - a rivedere oggi certi suoi quadri attorno al ’50 - distinta da una gran volontà di apertura, di confronto, non di accettazione, con esperienze condotte altrove, coeve o anche già, come dire, allora in via di storicizzazione, dalle alte frontiere postimpressioniste alle dilatate espansioni postcubisteggianti, fino alle ancor vaghe rinascenze espressioniste. Arte e vitaNon sorprende, dunque, ritrovarlo scultore oltreché pittore, allorché, a distanza di quasi vent’anni dalle prime apparizioni pubbliche, torna ad esporre nella sua città: nel 1958, con due ‘figure’ alla ‘II Mostra regionale di scultura’, promossa nell’ambito della 17^ Settimana Cesenate. Largamente alla plastica viene dedicata poi, nel 1962, quella che, dopo le apparizioni di Rimini nel ‘60 ed alla Saletta di viale Matteotti a Lugo di Romagna nel ‘61 può essere considera la prima vera uscita dell’artista lontano dalla natia terra romagnola, alla Galleria del Circolo Artistico di Bologna. "Aristide Gattavecchia" scrive tra l’altro Alberto Sughi sul catalogo della mostra "prima che uno scultore è un uomo. Un uomo pieno di passioni e entusiasmi che hanno resistito ad una vita alle volte difficile, alle volte grigia. Per lui dipingere o modellare non ha mai significato una evasione; ma è stato piuttosto il mezzo per misurare ed allargare il senso della propria vita. E se il suo lavoro è privo com’è di molte curiosità intellettuali, o meglio di ‘aggiornamento’, può apparire schematico, non deve d’altra parte sfuggire il valore di questa particolare testimonianza. Testimonianza, appunto di chi cerca di restituire di getto il significato di un volto che tante volte magari ci è passato accanto senza che noi gli dessimo una qualche importanza" [...]. Un riconoscimento, dunque, sul piano etico, a quella fiducia intera nel proprio lavoro che sembrava garantire a Gattavecchia scultore e pittore uno spazio d’impresa operativa non marginale rispetto agli andamenti artistici del suo tempo. Proseguendo con lo stesso Sughi "bisogna, se si vuole intuire tutto il significato del suo lavoro, vedere l’amore, il disprezzo o il sarcasmo che esprimono le sue testine." E più oltre ancora, sulla galleria dei suoi personaggi: "è un mondo piccolo, di provincia. Un mondo per molti versi lontano anche nel tempo. Ma è un mondo in cui la gente ancora si parla; anche con uno sguardo; dove la gente ride e soffre e cerca la solidarietà. Un mondo in cui la tempesta esistenziale non è ancora caduta". Vediamo dunque scaturire, di Gattavecchia, un profilo plausibile d’artista, anche se non più che in vago controluce e per semplici sfumature. Di certo è il fatto che con la mostra bolognese l’artista comincia ad imporsi proprio come scultore. In una nota apparsa in quei giorni su "Il Resto del Carlino" si legge che "le testine ben modellate di Aristide Gattavecchia, esposte al Circolo di cultura, confermano nell’artista romagnolo la sua genuina vocazione artistica. E’ vero che si tratta di opere legate ad una passata stagione dell’arte; ma sono unità, raccolte, scabre ed essenziali, senza retorica". Mentre sembra al recensore che "si sente troppo l’influenza della vicina e invadente scuola di Cesena (Sughi, Cappelli, Piraccini) e che quindi nei suoi quadri anche se ‘aggiornati’, non fioriscono le verità scolpite". Alla fine del ’62 si tiene la prima mostra personale dell’artista nella città natale. Allestita nel Palazzo del Ridotto di Cesena, comprende oltre venticinque opere plastiche a tutto tondo ed a bassorilievo oltre ad una trentina di dipinti, con una nota di presentazione in catalogo di Alberto Sughi (la stessa, riveduta e corretta, apparsa sul catalogo dell’esposizione bolognese). Fermenti silenziosi Tardivamente, dunque, ben oltre la soglia dei cinquant’anni, l’artista acquista un ruolo di considerazione nell’ambiente artistico locale. "Il Gattavecchia - si legge in una nota (siglata l.b.) del Resto del Carlino - è un artista ancor giovane per i suoi concittadini che per la prima volta lo vedono, attraverso i suoi quadri, i suoi disegni in bianco e nero e le sue statuette di creta, cimentarsi in una rassegna in cui egli manifesta una fantasia sbrigliata e non comune per la scelta dei soggetti ed una concezione artistica di rilievo che si estrinseca attraverso la raffinata tecnica che egli mette in atto per trasformare la fredda ed arida materia in qualche cosa di umanamente caldo e spiritualmente sentito. Nei suoi paesaggi in bianco e nero, nei suoi panorami, nelle sue figure dalle pose e dagli accenti più svariati e tutti pieni di vitalità, nelle sue composizioni elaborate dalla creta inerte, il Gattavecchia sa inserire validamente motivi profondamente umani scaturiti da un’anima in fermento per la conquista di obiettivi che vanno, talvolta, al di là della semplice elaborazione della grezza materia, per investire una problematica sociale che può trovare ovunque, e quindi anche nel campo artistico, gli elementi essenziali, per la sua soluzione." Dopo Bologna e dopo Cesena (ma anche dopo l’importante riconoscimento alla sesta edizione del ‘Premio Campigna’), la notorietà di Gattavecchia non sembra più limitarsi all’ambito strettamente locale. Ne è prova la notevole risonanza assegnata dalle cronache artistiche romagnole alla mostra personale allestita alla Galleria Mantellini di Forlì nel tardo inverno del 1963. Certo, a cominciare dal testo scritto appositamente per la mostra forlivese da Marcello Azzolini, Gattavecchia appare oramai definitivamente iscritto nel novero di quella che allora, anche in sedi critiche autorevoli, si azzardava a chiamare ‘scuola di Cesena’. Ma, ora più marcatamente, all’artista cesenate si riconoscono punte di eccellenza per quel che riguarda la sua parte di lavoro come scultore. "Appare anche a prima vista chiaro che la pittura di Aristide Gattavecchia" scrive tra l’altro Azzolini "ha una matrice cesenate; anzi, di più: è in essa una dimestichezza con singole individualità di artisti cesenati; e si potrebbe avanzare il nome più vicino: Alberto Sughi. Ma questo non cambia alcun che nel significato e quindi nel valore della pittura di Gattavecchia, dal momento che la poesia, d’intonazione crepuscolare, se si vuole, ma senza dubbio autentica, ne è il risultato. Il mondo della provincia, il clima, non soltanto di cultura talvolta persin dialettale, ma anche di natura, la frequentazione affettuosa dei prototipi di questo mondo tutt’altro che chiuso o minore, per quanto limitato nelle sue immediate e più vive rispondenze, trovano nella pittura di Gattavecchia non soltanto un’interpretazione che s’allarga verso un contesto più vasto, nazionale, che respinge le costrizioni di una fisionomia locale, ma anche una dimensione più giusta, seppur non veristica, delle cose, dei sentimenti. Ed ecco che allora amorevolmente Gattavecchia si mette a circuire i motivi che lo stimolano fino ad averne per sé, si direbbe, prima che per la sua pittura una pateticità che spinga la sua naturale sentimentalità; quasi un uso privato, risultando, l’opera pittorica, lo sfogo della sua incontenibile emozione. Più pungente, ed anche più autonoma, bonariamente mordente risulta invece la sua scultura, nella quale i tipi, come tali, conservano la loro primaria, diretta natura, appena stimolata dall’innata arguzia di Gattavecchia. Sono figure a volte riconoscibili come individualità, a volte no, soltanto coralmente implicate in una tipologia locale, sulla quale lo scultore coltiva il gusto della spiritosa osservazione. Ed è forse in questi momenti più diretti, di immediata restituzione dei personaggi e dei caratteri, che egli, fuor di ogni mediazione culturale – che esulerebbe, del resto, persino dai suoi intendimenti di uomo che osserva, traducendo in immagini trova la più congeniale misura delle cose, il metro più giusto ed il linguaggio per il suo racconto." "Gattavecchia è nato e vive e lavora a Cesena", scrive invece Bruna Solieri Bondi su Il Resto del Carlino. "Ancora un epigono della Scuola Cesenate, detta ‘tenebrosa’? O piuttosto una sensibilità artistica che ha trovato in codesto vocabolario un proprio modo di essere e di sentire? La tavolozza si vale di colori spenti, brumosi, appena percorsi da un abbrividire di qualche gamma di colore: I cieli sono gravidi di dolore, una cappa che pesa, che dununcia solitudine mortale [...]. La scultura denuncia chiaramente le sue origini non estranee al sottile e diabolico Giacometti. Ma se in questo il dramma si nutre di un allucinante diabolico dubbio intellettuale, in Gattavecchia l’esilità talora filiforme delle sue statuette parla di un grumo larvale di materia grigia determinato da un insolito tocco di rinuncia, di sconfitta, di condanna a vivere nel marchio del dolore, come inesorabile sigillo di vita e di morte. Gattavecchia ha dunque un suo dettato da svolgere, da estrinsecare, sol che dia timbro sonante alla sua tavolozza e libertà e luce ai suoi fantasmi, che se oggi sono tipi, domani possono diventare caratteri di vita." E così pure, per Tiziana Ronchi, se "tempere e disegni nel taglio compositivo, nelle gamme grigie, negli accordi chiaroscurali, nelle iridescenze ricordano la lezione di Sughi, è vero che Gattavecchia reca al suo racconto emozioni, accenti lirici e soluzioni personali, nati veramente da un suo sincero operare e da una latente vena di malinconia. Vi è, infatti, nella serie dei paesaggi, nella distesa del panorama della sua città, nelle marine, nei colli protesi al sole, particolarmente nei pezzi maggiormente resi, un intimo e accorato sentire. Nella scultura il tono si alza di calibro, diviene più libero e disinvolto, passando dall’humor bonario, arguto e sottile alla melodia più armonica con piena partecipazione. Lo troviamo impegnato a delineare un volto con realistica fedeltà sia nei caratteri somatici che in quelli intrinsechi della psiche o a ridurre la materia in emozione stilizzata con aggregate figure femminili." Con le
sue sculture Gattavecchia ottiene diversi importanti riconoscimenti,
vincendo nel ’63 il Premio Pellegrino Artusi di Forlimpopoli ed il
‘drago d’argento’ al Premio Internazionale di Arti Figurative di Senigallia.
In realtà, fra le sculture esposte, tra le più ammirate risulta un soggetto sacro, quello raffigurante la ‘Deposizione’. Sul Corriere della Romagna, un anonimo recensore ne parla in tono entusiasta: "Il tema, è ovvio, è stato trattato in mille e mille modi da artisti di ogni elevatura ed ogni tempo. Gattavecchia ci offre un chiaro ed apprezzabile esempio del come gli artisti del nostro tempo interpretano, o meglio, sanno interpretare, un tema così alto. Naturalmente l’arte, quella con la lettera maiuscola, si eleva ed arriva, anche all’insaputa, al confine della Fede; Su questo confine la ‘Deposizione’ di Gattavecchia ci porta. Ci porta naturalmente, perché in essa vi è proprio l’arte". Pittura sculturaDel Gattavecchia pittore sembrerebbero a questo punto essersi perse un poco le tracce. Ma non è così, anche se l’artista si limita a qualche sporadica apparizione, peraltro sempre apprezzata, nelle annuali edizioni espositive della Settimana Cesenate. Il fatto è che nel suo periodo di massimo fulgore creativo, a partire dai primi anni Sessanta, sembra alquanto stringersi il margine operativo fra la disciplina della pittura e quella della scultura. Al punto che per certe figure, quelle femminili in particolare, comunque riprese dalla realtà, risulta difficile dire se esse risultino dalla ricerca di plastica del pittore o dalla tensione alla luce dello scultore. La pittura sembra comunque rappresentare in questo periodo, per Gattavecchia, piuttosto una sorta di nicchia operativa, nella quale riversare gran parte di quella linfa intimista accumulata nel corso degli anni precedenti, come risulta dalle opere presenti nelle due principali mostre degli anni Settanta e Ottanta, allestite alla Galleria Comunale d’Arte di Cesena: la prima nel 1977 a carattere antologico, la seconda nell’’87, ancora una volta introdotta da un testo di Alberto Sughi, ma in forma di lettera da leggersi nel segno d’un’amicizia mai dismessa e tutta sospesa nello spazio aperto della memoria.
E pure, preziosamente,
ricorda per l’occasione Romano Pieri in una recensione su Il Resto
del Carlino certi trascorsi di Gattavecchia
che "testimonia l’avventura di un autodidatta che sapeva vedere e
confrontarsi nelle alterne prospettive del Novecento italiano e del
neorealismo locale, attraverso un continuo tirocinio che era fatto di
significative frequentazioni come quella con lo scultore Luigi Lotti, dal
quale ha mutuato la levigata dolcezza del modellato, innestata
successivamente negli anni 1937-38 nel tessuto scattante della scultura
cubista. Diradatasi alquanto l’attività espositiva già a partire dalla fine degli anni Settanta, resta da ricordare la grande mostra del ’94 alla Galleria d’Arte Ex Pescheria, l’omaggio della città di Cesena all’anziano artista, ma ancora indomito ‘faber’, come ancora rivela, per l’occasione, Romano Pieri scrivendo delle novità che sta producendo con l’impazienza e la forza di un vulcano, lavorando giorno e notte, mugugnando dentro di sé, proponendosi nuove cose per il futuro, almeno fino all’età fatidica dei novant’anni. Aristide Gattavecchia muore a Cesena il 23 novembre 1994. Provvisoriamente Ci vorrà del tempo, crediamo, e ben altri studi e riflessioni se, dell’arte di Aristide Gattavecchia, si vorrà affrontare un riepilogo ragionato nel contesto di una vicenda figurativa novecentesca che, per non radi tratti, non può essere intesa come semplice fondale all’attività del cesenate, con implicazioni, anzi, e - ovviamente con conseguenze ancora tutte da accertare. Di certo, per ora, nel concludere questa semplice e sintetica raccolta di ‘materiali’, la prima constatazione, concreta ed incoraggiante, è che l’opera di Gattavecchia anziché scolorita nelle pieghe inesorabili del tempo, giunge a noi, fin dalle sue radici, in tutta la sua solidità e consistenza. Essa è scaturita certo da una vena istintiva e naturale ed è stata via via rassodata da un inesausto amor di vita e di lavoro, come ci ha significato con i suoi scritti Alberto Sughi. Ma bisognerà interrogarsi, ad esempio, a proposito dei primi significativi approdi dell’artista pittore, nel fervore di quella specialissima ‘officina’ attiva nella Cesena dei primi anni Sessanta, se, come verrebbe da considerare, si siano effettivamente risolti in un momento, come dire, di fascinosa inquietudine esistenziale. Come pure, a proposito dell’artista scultore, restano ampi i margini di analisi sugli effetti, non solo formali, ma anche in questo caso intimistici ed espressionistici insieme, di un’estensione giacomettiana che ha visto coinvolta tanta parte della plastica italiana dalla metà del secolo in poi. Si è detto che quella di Aristide Gattavecchia è stata una vita dura e umile, appartata, nascota, silenziosa; segnata solo di rado da riconoscimenti ufficiali e da apparizioni pubbliche lontano dalla sua città natale. Ma, con il suo modesto e discreto operare, Gattavecchia è stato artista vero. Artista di una provincia divenuta finalmente, anche grazie a lui, meno provinciale. |
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